Durante l’Open Day a Malgrate non ci limiteremo a raccontarti le attività in partenza, dai corsi base ai workshop, fino alle letture portfolio. Alle pareti troverai “TIRANË”, una mostra composta da 9 progetti fotografici nati direttamente sul campo, sviluppati dai miei allievi durante l’intenso lavoro svolto a Tirana. Il progetto collettivo è la dimostrazione visiva dell’approccio di Musa Fotografia: dall’idea alla costruzione di un racconto fotografico complesso e coerente.
In programma: Presentazione delle attività didattiche e inaugurazione della mostra “TIRANË”
Quando: 19 Settembre Ore 18:30
Dove: Sede Musa Fotografia – Via Sant’Antonino, 6 , Malgrate (LC)
Sulla Mostra:
L’opera collettiva su Tirana si presenta come un saggio visivo dal sapore concettuale. Piuttosto che limitarsi semplicemente a documentare, i nove autori mettono in atto una vera e propria operazione di archeologia del contemporaneo. La fotografia diventa un binocolo puntato sulle cicatrici, le tensioni e i paradossi di una capitale in transizione perenne.
Il filo conduttore che unisce le diverse ricerche è il rapporto tra spazio e la resistenza della memoria. Questa logica emerge quando si osserva il contrasto tra la monumentalità delle nuove trasformazioni urbane e la fragilità della dimensione umana.
In Tirañia di Cristina Maraffi, la città diventa una griglia di superfici geometriche e sequenze visive astratte. L’uomo appare marginale, quasi schiacciato da volumi che ne decretano lo smarrimento percettivo ed emotivo.
Questa stesssa sensazione, provocata da una crescita senza controllo che allontana lo spazio da chi lo vive, viene colta dall’obiettivo di Annalisa Cinco in Endless City. Le maestose architetture contemporanee e gli interminabili cantieri finiscono per rendere estraneo il paesaggio anche a chi lo abita quotidianamente.
Dove l’urbanistica impone la sua “tirannia” globale, la fotografia di questo collettivo riesce a scoprire dove la resistenza umana è capace di ridisegnare l’ordinario. È il caso di Kismet di Paolo Acciai, in cui Tirana viene interpretata come un organismo attraversato da una vitalità disordinata. Il caos diventa qui linguaggio del cambiamento. La ricerca si sposta tra gli oggetti comuni, trasformandoli in un archivio di “segni del presente” che i giovani rielaborano per immaginare un nuovo futuro.
Se lo spazio pubblico diventa alienante, i piccoli spazi aggregano. In Seduto in quel caffè… a Tirana di Cristina Barbieri, il tavolino del bar si rivela il fulcro, un centro di gravità attorno a cui ruota la comunità attraverso il semplice rituale del trovarsi insieme.
Una dimensione che dialoga a distanza con Rosi, Bar Pensionisti di Anna Bertocchi, dove il tempo rallenta e sembra sospeso attorno ai giochi degli anziani, trasformando il caffè in un pretesto per combattere la solitudine.
La memoria storica è una materia che pulsa sotto la superficie nel tessuto di Tirana e il progetto Voce di Kombinati di Maria Vittoria Di Pietrantonj dona una dimensione politica e di genere a questa sovrapposizione, riconquistando le voci e i ricordi delle donne operaie del passato industriale della città.
Il loro racconto di un’epoca fatta di solidarietà ma anche di piccole ombre, si incontra concettualmente con la ricerca condotta da Maria Laura Strini in Albumi I Tiranes. La tecnica del dittico affianca foto d’archivio a scatti contemporanei dal medesimo punto di vista. Strini evidenzia la frenesia del progresso che cancella le tracce del passato, facendo sparire gli edifici storici.
In questo vortice di demolizioni e ricostruzioni, rimangono infine i testimoni muti, le presenze che registrano il trauma del passato tumultuoso senza mostrarlo.
Da un lato vi sono le cupole di cemento di Valeria Bartolone in Guerre Stellari, i bunker visti come “satelliti di un cielo rovesciato” o navicelle aliene che fluttuano nel caos urbano e rurale. Residui di una paranoia militare mai svanita.
Dall’altro lato, a raccogliere ciò che l’uomo ha custodito con distrazione, c’è il fiume Lanë di Gabriele Albonico. Il suo corso, che attraversa il paesaggio naturale e la zona urbana della città, per lo più degradata, si fa linea di passaggio e cicatrice scorrendo in silenzio come una profonda ferita.
I nove sguardi non si sovrappongono, ma si incastrano perfettamente.
Sara Munari
I nuovi corsi della stagione stanno per iniziare e le iscrizioni sono aperte. Se vuoi iniziare a orientarti prima di venirci a trovare in sede, trovi tutti i programmi dettagliati, le date e le modalità di partecipazione direttamente su www.musafotografia.it.
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Una nuova stagione di mostre vi aspetta a partire da settembre.
Date un’occhiata!
Anna
Dorothea Lange
Dorothea Lange, Raccoglitore migrante di cotone, Eloy, Arizona, 1940 I Courtesy Camera – Centro Italiano per la Fotografia
Dal 30 luglio al 1° novembre 2026, i suggestivi ambienti sotterranei del Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri di Verona, accolgono una grande mostra dedicata a Dorothea Lange (Hoboken, New Jersey, 1895 – San Francisco, 1965), tra le figure più significative della fotografia documentaria del Novecento e autrice di alcune delle immagini che hanno segnato in maniera indelebile l’immaginario del XX secolo.
Organizzata dal Comune di Verona e prodotta da CAMERA Torino, la mostra, curata da Walter Guadagnini e Monica Poggi, riunisce circa 200 fotografie e ripercorre il periodo più intenso della ricerca di Lange, dagli anni della Grande Depressione all’internamento dei cittadini statunitensi di origine giapponese durante la Seconda guerra mondiale. Migrazioni, disuguaglianze sociali, discriminazioni e crisi ambientali attraversano un percorso che restituisce tutta la straordinaria attualità di uno sguardo capace di osservare i grandi mutamenti della storia a partire dalle vite delle persone.
Conosciuta soprattutto per Migrant Mother, una delle fotografie più celebri del Novecento, Dorothea Lange è stata una protagonista assoluta della fotografia sociale americana. Come scrisse John Szarkowski, fu «per scelta un’osservatrice sociale e per istinto un’artista»: una definizione che sintetizza la sua capacità di coniugare il rigore della documentazione con una profonda partecipazione umana, facendo della fotografia uno strumento di conoscenza e testimonianza civile.
Dal 30 Luglio 2026 al 1 Novembre 2026 – Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri – Verona
SI Fest 2026 – Still Standing – Restare in piedi per continuare a guardare
Il SI Fest in collaborazione con il comune di Savignano sul Rubicone raggiunge il traguardo della sua trentacinquesima edizione.
Organizzata dall’associazione Savignano Immagini, la manifestazione torna ad animare la città nel fine settimana dall’11 al 13 settembre 2026, mantenendo le mostre accessibili al pubblico anche nei due fine settimana successivi. Sotto la direzione artistica di Manila Camarini, il festival riprende e approfondisce il percorso intrapreso nell’edizione precedente: uno sguardo rivolto alle fratture e alle trasformazioni del mondo contemporaneo, capace di andare oltre la superficie delle cose per osservare la realtà con rigore e profondità.
Il cuore concettuale di questo capitolo è sintetizzato nella formula Still Standing. Più che un semplice titolo, si tratta di un manifesto che riconosce nell’atto fotografico uno spazio di resistenza, un punto di ancoraggio saldamente piantato nel presente di fronte all’instabilità e ai compromessi dell’epoca attuale. Still Standing è un elogio della verticalità e della presenza, un’affermazione sommessa e al contempo radicale di chi sceglie di non farsi da parte, dimostrando che la fotografia stessa continua a rimanere salda di fronte alle mutazioni della storia.
Il percorso espositivo dell’edizione 2026 si snoda attraverso progetti che esplorano la permanenza, l’identità e la capacità di adattamento in geografie e contesti umani molto differenti tra loro.
Nel lavoroVinter, Lars Tunbjörk ritrae la quotidianità dei lunghi mesi invernali in Scandinavia, raccontando una resistenza silenziosa fatta di solitudine, perseveranza e gesti ordinari capaci di attraversare il tempo e il buio.
L’esplorazione delle radici e dei rituali prosegue con Robbie Lawrence che, in Long Walk Home, segue gli Highland Games tra la Scozia e gli Stati Uniti, trasformando una tradizione popolare in un’indagine sull’evoluzione dell’identità culturale e sulla forza della memoria collettiva.
La memoria assume invece un valore personale e liberatorio in Occult di Alba Zari, progetto in cui l’autrice ripercorre la storia della propria famiglia all’interno della setta Children of God. Attraverso immagini, documenti e materiali d’archivio, la ricerca affronta i temi del controllo e della costruzione della verità, dimostrando come la consapevolezza del passato possa farsi strumento di riscatto e di emancipazione.
I confini dell’identità e delle aspettative sociali vengono interrogati da Andi Gáldi Vinkó nel progetto Sorry I Gave Birth I Disappeared But Now I’m Back, dove il tema della resistenza si sposta nel territorio della maternità, misurandosi con il corpo, il tempo e i modelli culturali consolidati.
In Black Stone Burns, Olga Sokal viaggia attraverso i paesaggi segnati dall’industria estrattiva e dal carbone, soffermandosi sulla convivenza tra le comunità locali e le conseguenze delle trasformazioni ambientali ed economiche, alla ricerca di nuove possibilità di futuro.
Lo sguardo sull’essere umano prosegue con Robin de Puy, che in AMERICAN compone un ritratto corale degli Stati Uniti contemporanei attraverso i volti di persone comuni. Le sue fotografie restituiscono dignità e centralità a esistenze spesso invisibili, raccontando la resilienza quotidiana in una società segnata da profonde disparità.
A chiudere questa panoramica sugli archivi dello sguardo è Index di Christopher Anderson, un’opera che raccoglie oltre trent’anni di lavoro in una sequenza fluida e aperta. Guerre, vita familiare, politica e viaggi si intrecciano per testimoniare la capacità delle immagini di sopravvivere agli eventi e continuare a generare significati nel presente.
Ad impreziosire la proposta espositiva del festival si aggiunge un’importante mostra collettiva che riunisce i lavori di Alfredo Bosco, Pietro Masturzo e Jack Califano, tre autori impegnati a raccontare comunità messe a dura prova da oppressivi sistemi di potere. Bosco documenta le ferite della guerra in Ucraina e la determinazione della popolazione a ricostruire la propria vita tra le macerie; Masturzo osserva la Palestina quotidiana, dove la semplice sopravvivenza e la riaffermazione della propria presenza assumono una valenza politica; Califano si concentra sulle comunità migranti negli Stati Uniti colpite dalle politiche dell’ICE, raccontando la difesa del diritto all’esistenza di famiglie ristrette nell’incertezza.
Ma la mappa espositiva del SI Fest si arricchisce ulteriormente con i progetti legati ai riconoscimenti fotografici: Carlos Folgoso Sueiro che sposta l’attenzione sui luoghi in Beyond the lake, indagine sulla capacità di conservare la memoria e resistere al tempo che gli è valsa il Premio Marco Pesaresi 2025; Fabio Domenicali presenta Nowhere, opera vincitrice del Premio Portfolio Italia 2025, con cui conduce il pubblico in un viaggio intimo tra paesaggi sconfinati e atmosfere silenziose, per dare forma a un luogo della mente dove lo spazio domina su un tempo sospeso; Camilla Pedretti espone Lucinete, progetto premiato con il Premio Portfolio Werther Colonna, un progetto in cui Camilla ha documentato la vita in una delle comunità più vulnerabili del Paese con una narrazione visiva che mette al centro la dignità umana, la resistenza e la speranza nonostante le avversità.
L’offerta espositiva include anche due preziose mostre collaterali: In Studio di Mario Cresci, una mappa visiva della scena artistica contemporanea romagnola e la collettiva Zvanì, il backstage fotografico del film su Giovanni Pascoli come spazio di racconto di ciò che normalmente rimane fuori dall’inquadratura.
11-12-13, 19-20, 26-27 settembre 2026 – Savignano sul Rubicone (FC) – sedi varie
“Dipingo ciò che non può essere fotografato, ciò che proviene dall’immaginazione, dai sogni o da una spinta inconscia. Fotografo le cose che non desidero dipingere, le cose che hanno già un’esistenza.” Con queste parole Man Ray sintetizzava un’intera filosofia dell’arte, nella quale i confini tra le discipline non esistevano e ogni mezzo espressivo era al servizio di un’unica, inesauribile visione creativa.
A cinquant’anni dalla scomparsa di uno degli artisti più geniali e versatili del XX secolo, avvenuta a Parigi il 18 novembre 1976, la mostra “Man Ray: tutto” alla Villa dei Capolavori, sede della Fondazione Magnani-Rocca a Mamiano di Traversetolo presso Parma – a pochi passi dalle sale che ospitano opere capitali di Tiziano, Dürer, Van Dyck, Goya, Canova, Renoir, Monet, Cézanne, de Chirico, Morandi, Burri e molti altri – riunisce oltre 250 opere tra fotografie, dipinti, oggetti, sculture, grafiche, libri e film: la più completa retrospettiva mai dedicata a Man Ray in Italia. Se infatti le grandi mostre che lo hanno celebrato hanno privilegiato di volta in volta la pittura o la fotografia, “Man Ray: tutto” abbraccia con pari dignità tutte le discipline praticate dall’artista: fotografia, pittura, scultura, design, grafica, editoria, cinema.
Tra le opere esposte figura Le Violon d’Ingres (1924), l’iconico ritratto fotografico di schiena dell’amica e musa Kiki de Montparnasse con le effe di violino sulla schiena nuda. Accanto a essa sono esposti capolavori come Lacrime, La preghiera, Anatomia, Noire et Blanche e i celebri ritratti delle muse e modelle Lee Miller e Nusch Éluard.
La mostra segue l’evoluzione del linguaggio di Man Ray, nato a Philadelphia nel 1890, a partire dai primi anni americani, segnati dall’adesione al movimento Dada e dalla scoperta della fotografia, il medium che lo accompagnerà lungo tutta la carriera e al quale deve la parte più cospicua della sua fama. Il momento dadaista si concretizza nella realizzazione delle prime sculture, come By Itself del 1918, qui presentata nella versione in bronzo del 1966, e la celeberrima Ostruzione del 1920, composta da 63 grucce di legno appese al soffitto in una struttura che moltiplica un singolo oggetto fino a trasformarlo in installazione.
Il trasferimento a Parigi nel 1921 segna la svolta definitiva. Accolto da Marcel Duchamp, il mentore con il quale interesserà un’amicizia destinata a protrarsi per decenni, generando opere straordinarie presenti in mostra, Man Ray si inserisce nel vivacissimo ambiente dell’avanguardia parigina, divenendone ben presto il fotografo ufficiale, come dimostrano i numerosi ritratti dei protagonisti di questo mondo. Al lavoro su commissione per la moda si affiancano le sperimentazioni autonome: i rayographs e le solarizzazioni, autentiche icone dell’arte dada e surrealista, e la cartella Électricité del 1931, un portfolio di dieci photogravure realizzato con la collaborazione di Lee Miller, la grande fotografa statunitense prima sua assistente, divenuta poi sua musa e compagna, infine affrancatasi per seguire una carriera del tutto autonoma.
La vena pittorica non viene mai abbandonata. Ne sono prova i dipinti esposti soprattutto a partire dagli anni Trenta nelle grandi mostre del Surrealismo: tra questi, il celeberrimo À l’Heure de l’Observatoire, les Amoureux (1932–1934), in cui le labbra cremisi di Lee Miller fluttuano giganti nel cielo sopra l’Osservatorio di Parigi, opera nella quale il tormento della separazione si trasforma in visione cosmica. Alcuni dipinti vengono presentati in mostra a Mamiano.
Accanto alla pittura prosegue la produzione grafica, che risponde alla volontà di diffondere il più possibile la propria opera, prescindendo dai concetti di unicità e di originale che per Man Ray sembrano perdere di significato.
Gli oggetti d’affezione (ready-made trasformati dall’intervento dell’artista) incarnano con forza questa attitudine. Cadeau (Regalo), il ferro da stiro con i chiodi attaccati sotto, nasce il 3 dicembre 1921, giorno di apertura della prima personale parigina di Man Ray alla Librairie Six di Philippe Soupault: l’originale viene rubato lo stesso giorno, ma l’artista lo replicherà più volte a partire dal 1963; o L’oggetto indistruttibile del 1931, un metronomo con l’occhio di Lee Miller che diventerà poi Un oggetto da distruggere al termine della relazione con la fotografa), nascono sempre con l’idea di poter essere replicati, manipolati, rivisti secondo le occasioni.
L’unione tra pittura e design si trova poi ad esempio in Palettable, un tavolo a forma di tavolozza, ideato nel 1941 e poi edito nel 1971, o nel Monumento al pittore sconosciuto del 1955. Artista tra i più attuali del XX secolo, fu elevato a icona da Andy Warhol, che negli ultimi anni fu in rapporto con lui e ideale prosecutore delle premesse della sua ricerca nella nuova America del dopoguerra.
La mostra offre anche la testimonianza di momenti capitali della storia delle avanguardie: Résurrection des Mannequins (La resurrezione dei manichini) documenta una delle sale più affascinanti dell’Esposizione Internazionale del Surrealismo del 1938 alla Galerie Beaux-Arts di Parigi, dove alcuni artisti tra cui Dalí, Ernst, Miró, Duchamp e lo stesso Man Ray, decorarono manichini femminili in un allestimento che resta tra i più leggendari del Novecento.
Non mancano le rare ma significative prove cinematografiche, film entrati nella storia del cinema d’avanguardia, capitolo autonomo della creatività dell’artista ma inscindibile dalla sua intera visione, che concepiva l’arte come esperienza totale di vita, priva di barriere disciplinari, stilistiche, tematiche.
La mostra si avvale di prestiti provenienti da importanti istituzioni museali, da celebri gallerie e collezioni private italiane ed estere, ed è curata da Walter Guadagnini, Mauro Carrera, Stefano Roffi. Con “Man Ray: tutto” la Villa dei Capolavori – che negli anni ha dedicato grandi mostre a figure che con Man Ray hanno condiviso il palcoscenico delle avanguardie, da Miró a de Chirico, da Cocteau a Warhol, dal Surrealismo a Munari – porta a convergenza quei percorsi nella figura dell’artista che più di ogni altro li ha attraversati tutti.
12 settembre – 13 dicembre 2026 – Fondazione Magnani-Rocca, Villa dei Capolavori
Robert Doisneau, Le baiser de l’Hôtel de Ville, 1950
La mostra Robert Doisneau riunisce circa 150 fotografie in bianco e nero provenienti dalla collezione dell’Atelier Robert Doisneau a Montrouge. È in questo atelier che il fotografo ha stampato e archiviato le sue immagini per oltre cinquant’anni, ed è lì che si è spento nel 1994, lasciando un’eredità di quasi 450.000 negativi.
Le fotografie, selezionate dal curatore in stretto rapporto con l’Atelier, sono state scattate tra gli anni Trenta e gli anni Sessanta, prevalentemente a Parigi e nella sua banlieue, territori privilegiati dal fotografo. Scatti imprescindibili e rappresentativi della sua opera, come Le Baiser de l’Hôtel de Ville – scatto celebre, ritenuto tra i più riprodotti al mondo, nel quale una giovane coppia si bacia davanti al municipio di Parigi – si mescolano a immagini meno note; ma in tutte le fotografie, indipendentemente dalla forma e dal soggetto, sono sempre la visione del fotografo e il suo personalissimo spirito ad attirare l’attenzione e a suscitare emozioni.
Gran parte delle fotografie di Robert Doisneau sono riconoscibili a colpo d’occhio dal soggetto: un territorio privilegiato, nella fattispecie i quartieri popolari di Parigi e la sua periferia. Un paesaggio urbano e una società che il fotografo ha esplorato fin dal suo debutto, e che negli anni non ha mai perso di vista: anche il suo appartamento-atelier di Montrouge, al sud della capitale, in qualche modo trova posto all’interno dello scenario delle sue immagini. Al contrario di molti fotografi della sua generazione, Doisneau ha viaggiato poco, preferendo perdersi nella sua amata Parigi. Ha persino confessato di essersi sentito a disagio quando, per soddisfare qualche richiesta, ha dovuto allontanarsi dal suo universo.
Dal 24 Settembre 2026 al 24 Gennaio 2027 – Palazzo dei Musei – Modena
FESTIVAL DELLA FOTOGRAFIA ETICA DI LODI 2026. XVII EDIZIONE
Il Festival della Fotografia Etica di Lodi si prepara a tagliare il traguardo della sua diciassettesima edizione, in programma dal 26 settembre al 25 ottobre 2026.
Al centro della manifestazione si conferma il World Report Award – Documenting Humanity, giunto quest’anno alla sua sedicesima edizione. Il premio rappresenta il vero e proprio cuore pulsante del festival e si consolida come l’unico riconoscimento in Italia specificamente dedicato al fotogiornalismo, capace di puntare i riflettori sulle grandi questioni umane e sociali del nostro tempo attraverso lo sguardo dei più importanti reporter internazionali.
I vincitori di questa edizione offrono una panoramica di straordinario impatto visivo ed emotivo sulle crisi umanitarie, le ferite storiche e le trasformazioni ambientali che segnano il pianeta. Nella categoria MASTER, l’iconica fotografa Carol Guzy propone con “ICE – Broken Families” una testimonianza delle deportazioni di massa avviate dall’amministrazione Trump, catturando il trauma dei minori e delle famiglie tra giugno e dicembre 2025.
Per la sezione SPOTLIGHT, il progetto a lungo termine di Chinky Shukla intitolato “When Buddha Stopped Smiling” restituisce voce e memoria alle comunità desertiche del Rajasthan, che ancora oggi mostrano una silenziosa resilienza di fronte alle conseguenze umane e ambientali dei test nucleari indiani del 1974 e 1998.
Il racconto dei conflitti contemporanei prosegue con Abdulmonam Eassa, vincitore della categoria SHORT STORY con “Sudan War, a Nation Trapped”, una cronaca della devastante guerra civile esplosa nel 2023 che ha intrappolato la popolazione in una spirale di inaudita violenza.
La sezione STUDENT vede invece l’affermazione di Mashruk Ahmed con “Broken Promises: July of Memory”, un lavoro incentrato sulle conseguenze dell’insurrezione studentesca del luglio 2024 in Bangladesh e sulla lotta per la giustizia dei sopravvissuti e delle famiglie delle vittime.
“Boy with kippah”, con cui Gianluca Panella ha vinto la categoria SINGLE SHOT, racconta l’atmosfera carica d’attesa della liberazione degli ostaggi ancora detenuti a Gaza, in seguito agli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023.
Infine, le sezioni in collaborazione con The Alexia, partnership siglata quest’anno tra il Festival e la S.I. Newhouse School Of Public Communications di Syracuse, arricchiscono il palmarès con due sguardi di profonda riflessione territoriale.
Per la sezione SPOTLIGHT, Carlos Folgoso Sueiro firma “Alén do Lago (Beyond The Lake)”, un’epopea contemporanea che intreccia la storia personale del fotografo con il declino della Galizia, sua terra natale, segnata da incendi, siccità, abbandono e collasso ambientale.
Per la categoria STUDENT, Jubair Ahmed Arnob esplora con un linguaggio visivo surreale l’impatto dell’inarrestabile urbanizzazione a Dhaka, in Bangladesh, documentando in “The Place Where I Used to Play…” la perdita di memoria e di senso di appartenenza delle comunità fragili.
Pilastro fondamentale di questa diciassettesima edizione è lo spazio dedicato alle organizzazioni non governative attraverso l’Open Call Nonprofit World 2026, una sezione speciale che mette in luce il potere della fotografia come strumento di supporto e denuncia per le ONG globali.
Il percorso espositivo si arricchisce così di sei straordinari progetti documentari: si parte da “Out for Blood”, in cui Ginevra Bonina documenta per Pinkishe Foundation la povertà mestruale in India come violazione dei diritti umani e stigma sociale tra le comunità indù, musulmane e adivasi.
La collaborazione con l’UNHCR porta in mostra “Nothing But Courage” di Antoine Tardy, un reportage sul riscatto sociale e l’accesso all’istruzione superiore per i rifugiati in contesti complessi.
L’inclusione è anche al centro di “Like a Fairy Tale” di Stefania Carraturo per Abracadown ODV, che racconta il dietro le quinte di un musical interpretato da giovani con la sindrome di Down per scardinare i pregiudizi attraverso l’arte.
Dalle sfide sociali si passa agli scenari di guerra con “Classroom Below Ground” di Antti Yrjönen per Finn Church Aid, che testimonia la tenacia della scuola in Ucraina, costretta a trasferirsi nei rifugi antiaerei.
Il legame tra comunità e tutela del territorio è invece descritto da Andrea Zanenga in “The Second First Flight” per la SPEA, incentrato sulla mobilitazione degli abitanti dell’isola di Corvo nelle Azzorre per salvare i giovani uccelli disorientati dall’inquinamento luminoso.
Infine, lo sguardo si sposta sulle emergenze del Mediterraneo con “ACQUAINTANCE – Search and Rescue in the Mediterranean Sea” di MaxCavallari per SOSHumanity, un reportage immersivo sulle delicate operazioni di salvataggio in mare aperto e sul loro profondo impatto emotivo.
Tutte le mostre dei vincitori saranno visitabili durante i fine settimana del festival, offrendo al pubblico un’occasione unica di riflessione e approfondimento.
dal 26 settembre al 25 ottobre 2026 – Lodi – Sedi Varie
Palazzo Falletti di Barolo di Torino ospita, dall’11 settembre 2026 al 10 gennaio 2027, la mostra FAN HO. Il maestro della fotografia di Hong Kong, antologica inedita in Italia dedicata al maestro cinese della street photography. Prodotta e organizzata da Ares in collaborazione con Blue Lotus Gallery (Hong Kong), l’esposizione, a cura di Elisa Maupas e Sarah Van Ingelgom, si compone di cento fotografie, perlopiù in bianco e nero, che ripercorrono la carriera di Fan Ho (1931–2016), autore che attraverso una ricerca estetica in bilico tra realismo e astrazione ha rappresentato lo scenario e la vita urbana di Hong Kong.
Fan Ho ha saputo cogliere una visione suggestiva della brulicante metropoli cinese, trasformando le sue strade e i suoi vicoli affollati in quadri meditativi popolati da figure solitarie. “Ogni foto offre una piccola finestra attraverso la quale si vede e si prova ciò che il fotografo ha visto e provato”, affermava l’autore, dichiarando la sua predilezione per una fotografia dove la resa artistica è sempre coniugata al rispetto della sensibilità dei soggetti rappresentati e di chi li immortala. Facchini, venditori ambulanti e bambini che giocano tra le strade sono tra le figure più ricorrenti nella sua opera, intesa a catturare lo spirito più autentico della città, descrivendo la fatica e la resilienza dei suoi abitanti, piuttosto che documentare gli anni tumultuosi di una città in transizione.
Sotto l’aspetto formale, i lavori di Fan Ho si distinguono per l’applicazione dei principi di composizione pittorica alla fotografia, in particolare l’attitudine alla sintesi geometrica. Immerso nel contesto urbano, l’artista non si limitava a cogliere l’istante di una scena, ma cercava di costruirgli attorno una cornice strutturale in grado di trasformare gli elementi architettonici circostanti in trame astratte. Parallelamente, dal punto di vista tecnico, Fan Ho sfruttava sapientemente gli effetti di controluce e i chiaroscuri, così da accentuare l’atmosfera fumosa delle strade e far emergere misteriose sagome bianche o silhouette scure dalla penombra.
Il fotografo operava sul doppio binario della “composizione di prima mano”, da realizzare al momento dello scatto, e della “composizione di seconda mano” in camera oscura. Il fotoritocco, e in particolare il ritaglio del negativo, sono pratiche che Fan Ho considerava vitali per ricomporre l’immagine, esaltando linee e volumi a scapito degli elementi superflui, o per manipolarne i toni e conferire alle scene un’aria di mistero. La fotografia, come il cinema, a cui dedicherà la sua lunga carriera, nasce non solo durante le riprese, ma anche in camera oscura.
Scatti come Pattern e A Play of Light and Shadow, per esempio, mostrano la contrapposizione tra direttrici verticali e orizzontali, evocando un ritmo quasi musicale, dove la realtà fisica della città diviene pretesto per una pura costruzione formale. In Different Directions, la gestione della luminosità trasfigura la strada in un palcoscenico urbano, mentre in Controversy la tonalità scura riduce le persone a sagome, accentuando il rigore geometrico dei binari e della composizione. In mostra, tra le altre opere, anche due delle fotografie più note di Fan Ho, Approaching Shadow e Street Scene, sintesi della sua ricerca formale ed estetica e capaci di cristallizzare l’universalità dell’esperienza umana nella cornice di una Hong Kong senza tempo.
Dal 11 Settembre 2026 al 10 Gennaio 2027 – Palazzo Falletti di Barolo – Torino
COLORNO PHOTO LIFE 2026: L’INFINITO VIAGGIARE, GEOGRAFIE DELL’ALTERITA’
Dal 25 al 27 settembre il weekend inaugurale con workshop, masterclass, la prestigiosa tappa Portfolio Italia (FIAF) e una nuova edizione di Read Zine con il Premio Leica. I 15 progetti fotografici dedicati al tema “L’infinito viaggiare, geografie dell’alterità” inaugureranno negli spazi dell’Aranciaia e della Reggia di Colorno, proseguendo fino all’8 novembre Colorno (PR).
Torna il ColornoPhotoLife, festival di fotografia e cultura visiva che raggiunge la sua diciassettesima edizione con il programma espositivo più ricco di sempre.
Dal 25 settembre all’8 novembre 2026, gli storici ambienti dell’Aranciaia, anche sede del Museo MUPAC, e gli spazi prestigiosi dell’Appartamento del Principe nella Reggia di Colorno accoglieranno 15 progetti fotografici, firmati da autori affermati ed emergenti, in un percorso curatoriale unitario dedicato al tema “L’infinito viaggiare, geografie dell’alterità”.
Il festival si apre con un weekend intenso, dal 25 al 27 settembre, vero cuore pulsante della manifestazione: oltre alle grandi mostre, sono in calendario workshop, masterclass, la prestigiosa tappa Portfolio Italia (FIAF), proiezioni audiovisive dell’AV LAB, presentazioni editoriali, la nuova edizione di Read Zine, con il premio nuovo “Premio Leica Akademie Italy”, dedicata alle fanzine fotografiche indipendenti.
Il percorso espositivo in Aranciaia con sette mostre al piano terra e sette al primo piano – sede del Museo MUPAC – per un totale di quattordici esposizioni che fanno dell’Aranciaia il cuore espositivo del festival. Mostra di punta dell’edizione è “Mosaico Europa” di Monika Bulaj, a cura di Ascanio Kurkumelis: 80 immagini di grandi dimensioni che raccontano le complessità dell’Europa contemporanea attraverso i suoi confini, le migrazioni e le minoranze culturali. Fujifilm Italia ha creduto nell’idea producendo la mostra, che si inserisce nel progetto di ricerca “Broken Songlines”, sostenuto da Strategia Fotografia 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.
Il festival rende omaggio a Folco Quilici con la mostra “Testimone del mondo”, a cura di Roberto Mutti: un tributo al grande documentarista e autore, capace di coniugare rigore scientifico e sensibilità narrativa nel racconto del rapporto tra uomo e natura.
“In questa edizione abbiamo voluto esplorare la fotografia come strumento di indagine antropologica e di contatto profondo. Il tema dell’alterità non è solo geografico, ma strettamente umano, e gli autori in mostra rappresentano l’eccellenza di questo approccio documentario. Accanto alle esposizioni, il weekend di settembre con le letture della Tappa Portfolio Italia, le masterclass, l’editoria indipendente di Read Zine e le sperimentazioni audiovisive dell’AV LAB vuole essere un momento di confronto professionale e crescita per l’intera community fotografica italiana”, sottolinea Gigi Montali, presidente del Gruppo Color’s Light di Colorno e direttore artistico del festival. Completano il piano terra: “Armenia, Alfabeto Umano”, mostra collettiva di Silvia Camporesi, Antonella Monzoni e Gigi Montali, curata da Laura Manione e realizzata con il patrocinio del Console Onorario della Repubblica d’Armenia di Milano, che affronta il viaggio come memoria storica, identità e diaspora; “Hope Amid Destruction” di Italo Rondinella, a cura di Ascanio Kurkumelis, con uno sguardo diretto sulla Siria nei mesi successivi alla caduta del regime; l’antologica “Il viaggio dentro” di Ivano Bolondi e “Crossing in the Road” di Silvano Bicocchi, che cura entrambe le esposizioni; e la collettiva “Winners”, a cura di Angelo Cucchetto, con le opere vincitrici del concorso internazionale Travel Tales Award (TTA).
Al primo piano il percorso si arricchisce con 7 esposizioni focalizzate sui grandi premi e su sguardi curatoriali contemporanei: “TRA-ME” di Luciana Trappolino (vincitrice Premio Musa 2025), “NOWHERE” di Fabio Domenicali (vincitore Portfolio Italia 2025), “NOTTE, GIORNO, SERA… E ANCORA NOTTE” di Daniele Ferrini (vincitore Premio Maria Luigia 2025), “UN PASSO INDIETRO” di Nicola Vinciguerra (vincitore Premio Umane Tracce 2025), le opere vincitrici della sezione “ALTRI VIAGGI” del Travel Tales Award 2026, la collettiva “HOT POT” a cura di Sara Munari e “TEHRAN in 100 scenes” di Hamed Yaghmaeian, a cura di Ascanio Kurkumelis.
Le mostre diffuse e il legame con il territorio, elementi importanti del festival per la loro dimensione legata all’identità del luogo, sono realizzate grazie alla collaborazione con i comuni limitrofi a Colorno, che ospiteranno parte delle esposizioni e delle attività culturali. (Sorbolo, Mezzani e Torrile). Questa rete di enti locali e altre associazioni del territorio consente di ampliare la forza dell’evento, favorendo la valorizzazione dei luoghi, la partecipazione delle comunità e la fruizione culturale su scala sovracomunale. Il pubblico è invitato a spostarsi tra le diverse sedi espositive, vivendo il festival come un percorso culturale integrato nel territorio, in grado di promuovere mobilità, turismo culturale e conoscenza dei contesti locali.
L’edizione 2026 del ColornoPhotoLife si apre anche al linguaggio del cinema del reale, includendo la proiezione di due film documentari italiani premiati a livello nazionale e internazionale, che trattano il tema del viaggio da prospettive diverse. Il film “Il Labirinto” (2026) del regista Alberto Gemmi, ricostruisce la storia del cimitero militare germanico della Futa e dei personaggi che oggi lo rendono un luogo attivo di memoria, di narrazione e di incontro. Un film che è un’indagine sui luoghi, sul tempo, sull’uomo e su ciò che resta della guerra, in un’epoca che continua ad essere piena di conflitti. (proiezione venerdì 2 ottobre alle ore 21.30 presso l’Aranciaia di Colorno, Museo MUPAC). Il film “I fratelli Segreto” (2025) dei registi Federico Ferrone e Michele Manzolini, racconta invece la storia di tre fratelli che abbandonano l’Italia povera di fine Ottocento e approdati in Brasile avviano una carriera da cineasti, inaugurando così la stagione del cinema brasiliano. Un film sulla nascita del cinema che assomiglia a una fiaba. (proiezione venerdì 9 ottobre alle ore 21.30 presso l’Aranciaia di Colorno, Museo MUPAC).
Dal 25 settembre all’8 novembre 2026 – Colorno (PR) – sedi varie
Nobuyoshi Araki, Yoko (Sentimental Journey), 1971. Gelatin Silver Print on Baryta Paper, cm. 50,8×61
Ci sono immagini che mostrano e immagini che custodiscono. Le fotografie di Nobuyoshi Araki appartengono a entrambe le categorie: rivelano e nascondono, trasformando ogni frammento di realtà in una pagina di vita.
È proprio in questa tensione tra confessione e mistero che si colloca Secret Pages, la mostra dedicata a uno dei più influenti e controversi protagonisti della fotografia contemporanea, in programma dal 18 luglio al 17 ottobre 2026 alla Pinacoteca Carlo Contini di Oristano.
L’esposizione, curata da Sonia Borsato e inserita nella programmazione della ventottesima edizione del Dromos Festival, quest’anno dedicato al tema Secrets, presenta 122 opere fotografiche, delle quali centouno Polaroid e ventuno fotografie di diverse dimensioni, tutte provenienti dalla Collezione Molinas Balata. Una selezione raffinata che attraversa alcuni dei territori più emblematici della poetica di Araki: il desiderio e la memoria, l’intimità e la perdita, la sensualità e la malinconia, la vita e la morte. Centoventidue immagini che compongono un racconto frammentario e insieme coerente, come le pagine di un diario privato lasciato socchiuso davanti allo sguardo del pubblico.
In dialogo con il tema del festival,Secrets, che esplora il valore del nascosto come fonte di curiosità, creatività e appartenenza, le fotografie di Secret Pages non offrono risposte, ma aprono spazi di riflessione. Frammenti del mondo reale ritagliati dalle foto di Araki custodiscono ciò che normalmente sfugge allo sguardo, dove il segreto non è qualcosa da svelare, bensì una dimensione da attraversare con delicatezza, nella consapevolezza che ogni rivelazione porta con sé nuove domande e nuovi misteri.
Dal 18 Luglio 2026 al 17 Ottobre 2026 – Pinacoteca Carlo Contini – Oristano
Il visibile e l’invisibile: Jerzy Lewczyński e Henryk Waniek
“Visibile e invisibile” è un incontro tra le fotografie di Jerzy Lewczyński (Tomaszów Lubelski, 1924 – Gliwice, 2014) tratte dalla serie della “fotografia soggettiva” degli anni ’50, una pratica in evidente contrasto con la fotografia del realismo socialista, e i disegni automatici che l’amico Henryk Waniek (Auschwitz, 1942), pittore e scultore con radici surrealiste e metafisiche, realizzò a partire dagli anni ’70.
“Definisco l’archeologia della fotografia un’attività il cui obiettivo è scoprire, esaminare e commentare eventi, fatti e situazioni verificatisi nel cosiddetto passato fotografico” – affermò Lewczyński negli anni ’70. I disegni di Henryk Waniek, invece, sono nati «quasi» automaticamente durante delle conversazioni telefoniche. Waniek era interessato alla magia e all’alchimia e trascorse gran parte della sua vita a raccontare la controversa regione della Slesia, che lottò per l’autonomia culturale contro il predominio delle tradizioni tedesche, polacche e ceche.
Il filo conduttore che unisce i due lavori è un titolo tratto da una poesia di Michał Fostowicz, artista, filosofo dell’arte, poeta e pittore, che visse a Międzygórze, in Slesia, e fu cultore di William Blake.
In mostra ogni disegno incontra una fotografia su pannelli realizzati appositamente, rivelando le connessioni e le costellazioni di due diverse archeologie: quella di Lewczyński, che esplora il cosiddetto passato fotografico, e quella di Henryk Waniek, che in realtà è un’anti-archeologia che penetra nel mondo della fantasia e della magia.
La mostra verrà introdotta da un incontro con Francesco M. Cataluccio e Rafał Lewandowski martedì 8 settembre alle 18.30
La Galleria Asymetria, fondata nel 2007 da Rafał Lewandowski in un appartamento di un vecchio palazzo nel centro di Varsavia, è stata la prima dedicata alla fotografia storica polacca, in particolare degli anni ’50, ’60 e ’70. Il nome è un riferimento alla celebre serie fotografica e al testo di Zbigniew Dłubak, in cui l’artista esprimeva la convinzione che «il mondo è costituito da cose diverse, uniche, ovvero asimmetriche».
Dall’8 settembre al 26 settembre – Micamera – Milano
In un’epoca dominata da immagini di guerra, conflitti, violenza e paura, c’è ancora spazio per la meraviglia. Nasce da questa riflessione il tema della settima edizione del Festival Nazionale Voghera Fotografia, promossa dall’Associazione Spazio 53 in collaborazione con il Comune di Voghera e in programma dal 12 al 27 settembre 2026 nelle sale del Castello Visconteo di Voghera.
“Universi Paralleli – La bellezza degli altri Mondi” è il titolo scelto per un’edizione che intende proporre al pubblico un viaggio attraverso realtà straordinarie che convivono quotidianamente accanto a noi ma che raramente riusciamo a percepire. Lontano dalla cronaca dominata dall’ansia e dall’incertezza, il festival invita infatti a riscoprire la Bellezza come elemento fondante dell’esistenza, attraverso il linguaggio universale della fotografia. Per tre fine settimana consecutivi – 12 e 13, 19 e 20, 26 e 27 settembre – Voghera diventerà così un punto di riferimento per appassionati di fotografia, viaggiatori, naturalisti, studenti e semplici curiosi. Cuore della manifestazione saranno sette grandi mostre fotografiche che, attraverso circa duecento immagini spettacolari, racconteranno altrettanti “universi paralleli”. Alberto Ghizzi Panizza accompagnerà il pubblico nei “Micromondi“, svelando la sorprendente bellezza nascosta tra insetti, flora, gocce d’acqua e minuscoli dettagli della natura. Luca Fornaciari guiderà invece i visitatori nei “Macromondi” dell’universo, tra nebulose, galassie, aurore boreali e fenomeni astronomici che sfuggono normalmente allo sguardo umano.
Milko Marchetti racconterà i “Mondi Paralleli” della natura e della fauna selvatica, mentre Francesco Turano porterà il pubblico nei “Mondi Sommersi” dei nostri mari. Davide Camisasca presenterà i suoi “Mondi di Ghiaccio“, Marco Cavazza i “Mondi di Pietra” scolpiti dalla forza della natura e Erminio Annunzi accompagnerà i visitatori nei “Mondi sospesi tra cielo e terra“.
La direzione del Festival è affidata, sin dalla prima edizione, ad Arnaldo Calanca, presidente dell’Associazione culturale Spazio 53, mentre la direzione artistica e la curatela delle mostre portano la firma di Michele Dalla Palma, tra i più autorevoli reporter e divulgatori fotografici italiani.
Accanto alle esposizioni il programma proporrà workshop, incontri con gli autori, presentazione di libri, demo tecniche, conferenze, attività didattiche, visite guidate presso aziende e luoghi simbolo dell’Oltrepò Pavese e appuntamenti dedicati alla storia della fotografia.
Tra le attrazioni più attese tornerà la Camera Obscura ospitata nella torre del Castello Visconteo, l’installazione originale più grande e apprezzata del panorama fotografico italiano, capace di riportare il pubblico alle origini stesse della fotografia. Con oltre 5.000 visitatori attesi, Voghera Fotografia si conferma uno degli appuntamenti indipendenti più interessanti del panorama fotografico nazionale e un importante strumento di promozione culturale e turistica per l’intero territorio dell’Oltrepò Pavese.
L’inaugurazione ufficiale è prevista per sabato 12 settembre alle ore 11 presso il Castello Visconteo di Voghera.
Dal 12 Settembre 2026 al 27 Settembre 2026 – Voghera | Pavia
L’Assessorato Istruzione, Cultura e Politiche identitarie della Regione autonoma Valle d’Aostacomunica che venerdì 24 luglio 2026, alle ore 18, sarà inaugurata l’esposizione Rosalie D’Hérin Seris (1871-1956). La prima donna fotografa in Valle d’Aosta,allestita presso la Chiesa di San Lorenzo di Aosta, curata da Daria Jorioz e realizzata dalla Struttura Attività culturali, espositive e Politiche identitarie nell’ambito della valorizzazione degli archivi del Bureau Régional Ethnologie et Linguistique.
Il pubblico è invitato a conoscere la vicenda poco nota di un’autrice che ha documentato la storia della Valle d’Aosta attraverso la ritrattistica fotografica negli anni Venti del Novecento ed è stata la prima donna professionista in questo settore nella nostra regione.
Il percorso espositivo si compone di una pregiata antologia di opere selezionate dalla curatrice tra i settecento fototipi originali negativi in bianco e nero alla gelatina-bromuro su lastra di vetro che compongono il Fondo Seris, con l’intento di ripercorrere l’importante contributo della fotografa valdostana alla storia della fotografia. Le ventinove immagini presentate in mostra, riprodotte in grande formato, sono state stampate filologicamente da Enrico Peyrot, alcune con procedimento ai sali d’argento, altre con tecnologia digitale.
“La mostra dedicata alla fotografa di Saint-Vincent – dichiara l’Assessore Erik Lavevaz – sottolinea il valore collettivo degli archivi fotografici e multimediali della Valle d’Aosta. Il loro patrimonio, accompagnato dalle preziose energie delle donne e degli uomini che ci lavorano, è un tassello fondamentale della nostra coscienza storica: sono luoghi che conservano la memoria della nostra comunità, che in essi può trovare percorsi in cui riconoscersi e cogliere allo stesso tempo l’evoluzione della nostra comunità”.
Marie Rosalie D’Hérin Seris è una figura atipica nella storia della fotografia in Valle d’Aosta. Nata nel 1871 in un villaggio di Montjovet, in un contesto contadino, nel suo destino sembra non esserci posto per grandi ambizioni. Il primo contatto con la fotografia avviene quando, poco più che ventenne, incontra un fotografo ambulante piemontese specialista in ritratti. La giovane decide di seguirlo per imparare l’utilizzo dell’apparecchio fotografico e poco più tardi trascorre alcuni mesi a Torino per apprendere e perfezionare la tecnica fotografica e di stampa, facendo poi ritorno in Valle d’Aosta, dove si specializza nel ritratto in studio e in esterno. I suoi clienti sono gli abitanti del luogo e i villeggianti della Fons Salutis di Saint-Vincent, agiati borghesi che amano farsi ritrarre in gruppo nell’ambiente termale.
“Rosalie D’Hérin Seris, la cui prima attestazione come fotografa è contenuta in un documento del 1899, – sottolinea la curatrice DariaJorioz – può essere considerata una figura pionieristica non solo in Valle d’Aosta, ma anche in ambito italiano. La sua predilezionedella luce naturale che accarezza i volti, la scelta di pose e ambientazioni non convenzionali, la prospettiva leggermente ribassata adottata per i ritratti singoli, l’inserimento nell’inquadratura di piante e scorci architettonici, rendono le sue immagini riconoscibili e il suo stile personale e mai scontato”.
Questa prima esposizione monografica a lei dedicata e il volume che l’accompagna sono un omaggio alla determinazione e alla passione di una donna che ha saputo con le sue sole forze farsi strada sin dai primi anni del Novecento in un settore considerato prevalentemente maschile.
Dal 24 Luglio 2026 al 28 Febbraio 2027 – Chiesa di San Lorenzo – Aosta
Dal 14 luglio 2026 al 10 gennaio 2027, il Castello di Brescia, nello spazio espositivo del Museo del Risorgimento Leonessa d’Italia, nel Grande Miglio, ospita la mostra di Cristina Mittermeier (Città del Messico, 1966) dal titolo La Grande Saggezza, a cura di Lauren Johnston.
La rassegna, promossa dal Comune di Brescia e dalla Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con Gallerie d’Italia – Intesa Sanpaolo e National Geographic Society prosegue il percorso intrapreso lo scorso anno, sempre presso il Grande Miglio, con la mostra Elogio della Diversità. Viaggio negli ecosistemi italiani, a cura di Isabella Saggio e Fabrizio Rufo (25 ottobre 2025 – 15 febbraio 2026) dedicato alla scoperta della straordinaria varietà della vita sul nostro pianeta e alla complessità degli equilibri che la sostengono.
La retrospettiva La Grande Saggezza, a ingresso gratuito per tutti e per l’intero periodo, vista la rilevanza sociale e morale dei contenuti proposti dalla mostra, presenta oltre 80 scatti che rivelano l’importante lavoro di ricerca della fotografa, biologa marina e attivista messicana che, nel corso degli anni, ha celebrato la bellezza del nostro pianeta, dai paesaggi alla fauna selvatica in continua evoluzione, alle diverse culture e tradizioni delle popolazioni che vivono in simbiosi con la natura.
In un momento storico segnato dall’emergenza climatica e dalla crescente fragilità degli equilibri ambientali, La Grande Saggezza invita il pubblico a riconoscere nella natura un patrimonio di conoscenze costruito in milioni di anni di evoluzione. La “saggezza” evocata dal titolo è quella degli ecosistemi, della loro capacità di adattamento, cooperazione e rigenerazione, ma anche quella delle comunità che ancora oggi vivono in profonda relazione con gli ambienti naturali, custodendone i saperi e rispettandone i ritmi. Attraverso la forza narrativa della fotografia, Cristina Mittermeier conduce i visitatori in un viaggio che attraversa mondi remoti e paesaggi sorprendentemente vicini, mostrando come ogni ambiente, dall’oceano alle foreste, dai ghiacci alle coste, sia parte di un unico sistema interconnesso. Le sue immagini non documentano soltanto la straordinaria bellezza del pianeta, ma restituiscono una riflessione urgente sulla responsabilità collettiva di preservare quella grande saggezza che la natura continua a offrirci e che rappresenta una delle risorse più preziose per affrontare le sfide del nostro tempo.
Il percorso espositivo si articola attorno a tre grandi temi – il mondo sottomarino, il mondo terrestre e i popoli tribali – e traduce in immagini il concetto, elaborato dalla stessa Mittermeier, di enoughness (quanto basta). Questo assunto inviterà il pubblico a interrogarsi sul proprio ruolo all’interno dell’ecosistema e su cosa significhi davvero avere “abbastanza”. Un’occasione per riflettere sui modelli di vita contemporanei e sulla possibilità di adottare un approccio più sostenibile e consapevole nei confronti della Terra.
Cristina Mittermeier collabora con comunità di tutto il mondo, di cui tramanda tradizioni, rituali e conoscenze, per raccontare la solida relazione che ancora le lega alla natura e la loro comprensione del delicato equilibrio che sostiene l’ecosistema dell’intero pianeta.
Le fotografie di Cristina Mittermeier mettono in luce il profondo sentimento tra esseri umani, comunità e ambiente, evidenziando come ogni elemento sia parte di un sistema interconnesso. L’utilizzo responsabile delle risorse limitate del globo rappresenta una delle questioni centrali per il futuro dell’umanità; in questo contesto, la salute degli oceani riveste un ruolo fondamentale per l’equilibrio climatico, la qualità dell’aria e la sicurezza alimentare. Ogni comunità contribuisce all’ecosistema terrestre e le decisioni assunte nel presente influenzeranno il futuro dell’umanità. Le immagini richiamano, inoltre, il valore delle conoscenze tradizionali e dei saperi tramandati nel tempo, offrendo spunti di riflessione per affrontare le sfide contemporanee e di quelle a venire.
Cristina Mittermeier è co-fondatrice e presidente dell’associazione SeaLegacy, nata nel 2014 dall’unione tra fotografi, registi e scrittori di fama internazionale impegnati da quasi due decenni nella sensibilizzazione per la difesa degli oceani, dalla cui salvaguardia dipende la vita sulla Terra.
Dal 14 Luglio 2026 al 10 Gennaio 2027 – Castello di Brescia
Teatralità. Architetture per la meraviglia – Patrizia Mussa
Dopo una prima presenza a Bormio in occasione dei XXV Giochi Olimpici Invernali Milano-Cortina 2026, Teatralità. Architetture per la meraviglia di Patrizia Mussa si rinnova con un Secondo Atto e torna al Meublé Sertorelli Reit da Luglio a Settembre 2026. Da alcuni anni Patrizia Mussa compie un personale Grand Tour attraverso l’Italia, esplorando alcuni dei più straordinari teatri e le architetture di palazzi principeschi: luoghi nei quali arte, architettura e musica hanno contribuito a costruire nei secoli una parte fondamentale del patrimonio culturale italiano. Un patrimonio che l’artista non si limita a documentare, ma interpreta attraverso una visione contemporanea.
Alla fotografia Mussa affianca infatti un paziente intervento manuale di coloritura con pastelli e acquerelli, eseguito direttamente sulla stampa. Il gesto dell’artista attenua la precisione documentaria dell’immagine e introduce una dimensione di memoria, atmosfera e visione: la luce diventa materia, il colore atmosfera, l’architettura si trasforma. Teatralità. Architetture per la meraviglia è stato presentato in importanti sedi italiane e internazionali, tra cui Palazzo Reale di Milano e l’Hôtel de Galliffet, sede dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi. La nuova tappa si inserisce a Bormio, la storica “Magnifica Terra”, dove natura, cultura e bellezza convivono da secoli. Ad accogliere il progetto è l’Hotel Meublé Sertorelli Reit, piccolo hotel di charme nel centro storico che, fin dalla sua apertura, ha intuito quanto l’incontro tra arte e ospitalità potesse arricchire l’esperienza dell’accoglienza, scegliendo di dedicare i propri spazi a un programma di mostre fotografiche e progetti di arte contemporanea ideati e curati da Paola Sosio Contemporary Art Milan.
da Luglio a Settembre 2026 – Hotel Meublé Sertorelli Reit – Bormio (SO)
“Claudio Barontini, Uno sguardo” è la mostra fotografica che si svolgerà da sabato 29 Agosto a sabato 26 Settembre 2026 a Lucca, nella sede del Palazzo delle Esposizioni.
La mostra, realizzata dalla Fondazione Banca del Monte Lucca e dalla Fondazione Lucca Sviluppo, presenta una selezione di fotografie in bianco e nero di Claudio Barontini, autore che nel corso della sua carriera ha ritratto alcune tra le personalità più celebri del panorama internazionale della cultura, del cinema, della moda e dello spettacolo. In mostra entreranno dunque una selezione di ritratti storici che hanno contribuito a definire l’identità autoriale del fotografo: immagini caratterizzate da intensità, costruzione formale e capacità di restituire la personalità del soggetto attraverso un rigoroso bianco e nero.
Tra i soggetti ritratti figureranno, per esempio, Patti Smith, Vivien Westwood, Franco Zeffirelli, Re Carlo III, Susan Sarandon, Vittorio Gassman, Sylvester Stallone, Lina Wertmuller, Lindsay Kemp…E molti altri. In un mix tra fotografie inedite ed altre già pubblicate all’interno di progetti editoriali, saranno proposte anche una serie di “impressioni” che l’autore ha scattato con uno spirito da flâneur viaggiando tra Liverpool e New York, la Costa Azzurra e le bellezze della penisola italiana…
Non mancherà, in particolare, un omaggio al territorio lucchese. Oltre a un nucleo di ritratti ad artisti e personaggi realizzati nel corso degli anni nella provincia lucchese – come quello a Mario Monicelli, a Nicole Kidman, a Fernando Botero, a Pietro Cascella, a Gabriella Ferri e molti altri – per la prima volta saranno presentate alcune foto del ciclo flâneur scattate tra Viareggio, Pietrasanta, Torre del Lago, il centro storico di Lucca…: un territorio entro il quale il fotografo si muove come osservatore attento, registrando frammenti di realtà con il suo sguardo inconfondibile.
A fare da filo rosso nel percorso espositivo è, del resto, proprio la cifra stilistica riconoscibile e coerente di Claudio Barontini, il cui sguardo attento ai dettagli e allo scavo psicologico è volto a creare un dialogo intimo e sempre nuovo tra fotografo, soggetto ritratto e spettatore. Uno sguardo capace di misurarsi con la celebrità internazionale e con la dimensione autentica del territorio.
Nelle sale dell’esposizione sarà proiettato il documentario artistico Kemp-Barontini: Drawings and Pictures(2020), diretto da Cristiana Cerrini e prodotto da Lucia Manganaro Morelli.
Dal 29 Agosto 2026 al 26 Settembre 2026 – Palazzo delle Esposizioni – Lucca
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C’è un momento che conosco bene. Arriva durante le letture portfolio, quando un fotografo apre la cartella sul computer, inizia a scorrere le immagini e dice: “Preferisco farti vedere direttamente le foto, non so spiegarlo bene a parole.”
È un momento rivelatore. Non perché le foto siano necessariamente brutte, spesso sono tecnicamente ineccepibili. Ma perché quella frase tradisce qualcosa di più profondo: una mancanza di chiarezza su cosa si sta cercando di dire, a chi, e perché.
E se non lo sai tu, non può saperlo chi guarda.
Esiste un mito duro a morire nel mondo della fotografia: l’idea che un’immagine forte si spieghi da sola, che non abbia bisogno di parole, che la bellezza visiva sia sufficiente a comunicare tutto.
In certi contesti, forse. Ma quando porti il tuo lavoro davanti a un curatore, a una giuria, a un direttore di festival, quella convinzione ti tradisce.
Chi seleziona i progetti per una open call, per un premio, per una residenza artistica, non guarda solo le immagini. Legge la tua bio. Legge l’abstract. Cerca coerenza tra quello che dici e quello che mostri. Cerca una voce, un punto di vista, un’intenzione.
Se quella voce manca, o peggio, se è confusa, il progetto viene scartato. Non perché le foto non valgano. Ma perché nessuno ha capito cosa volevi raccontare.
Prima ancora di aprire qualsiasi bando, prima di scegliere le immagini, prima di scrivere una sola riga di presentazione, siediti e chiediti tre cose.
Perché stai facendo questo progetto? Non la risposta educata, quella che suona bene. La risposta vera. Cosa ti ha spinto a fotografare quel soggetto, quel luogo, quelle persone? C’è qualcosa di personale in gioco? Una domanda a cui cerchi risposta? Una storia che senti il bisogno di raccontare? Più sei onesto con te stesso su questo punto, più il tuo progetto avrà una spina dorsale riconoscibile.
Come lo stai presentando? Un progetto fotografico non è una raccolta di belle immagini. È una sequenza, un ritmo, un racconto visivo con un inizio e una direzione. Le foto si scelgono, si ordinano, si tagliano. La coerenza non è uniformità stilistica, è che ogni immagine giustifichi la propria presenza all’interno del progetto. E poi c’è tutto il resto: la bio deve dire chi sei in modo autentico e professionale, la sinossi deve spiegare il progetto senza spiegare troppo, i materiali tecnici devono rispettare esattamente le richieste del bando. Un file nel formato sbagliato, una bio troppo lunga, un abstract che gira intorno senza mai arrivare da nessuna parte, bastano questi dettagli per uscire dalla selezione.
A chi stai parlando? Questa è forse la domanda più trascurata. Ogni contesto ha un suo pubblico, una sua sensibilità, un suo linguaggio. Un festival come Les Rencontres d’Arles non cerca le stesse cose di un premio di fotogiornalismo. Una residenza artistica valuta il progetto in modo completamente diverso rispetto a un concorso commerciale. Presentare il proprio lavoro senza aver capito a chi ci si rivolge è come mandare una lettera senza indirizzo. Potrebbe arrivare, ma è improbabile.
C’è una cosa che mi sono trovata a ripetere spesso, e che sento ancora più vera ogni volta che la dico: la presentazione non è un accessorio del progetto fotografico. È parte integrante del progetto stesso.
Il modo in cui racconti il tuo lavoro riflette il modo in cui lo hai pensato. Se la presentazione è confusa, vuol dire che il progetto non è ancora del tutto a fuoco nella tua testa. E va bene, significa che c’è ancora lavoro da fare, non che sei un fotografo meno bravo.
Scrivere la sinossi di un progetto è un esercizio prezioso, quasi terapeutico. Ti costringe a mettere in ordine i pensieri, a trovare le parole per qualcosa che finora hai vissuto solo per immagini. E spesso, in quel processo, capisci cose del tuo stesso lavoro che non avevi ancora visto chiaramente.
Quando un fotografo viene selezionato per un festival importante, per un premio internazionale, per una residenza che cambia una carriera, la reazione comune è: “Ha avuto fortuna.” A volte è così. Ma molto più spesso, c’è dietro una preparazione che non si vede, la scelta accurata del bando giusto per quel progetto, la cura nella stesura dei materiali, la consapevolezza del contesto a cui ci si rivolgeva.
Il panorama delle open call è vasto e a volte scoraggiante. Ci sono premi, concorsi, festival, residenze, pubblicazioni, ognuno con le proprie regole, i propri criteri, i propri tempi. Imparare a orientarsi in questo panorama, a leggere un bando con occhio critico, a capire cosa si nasconde tra le righe di un regolamento, è una competenza che si acquisisce. Non si nasce sapendolo fare.
La differenza tra un fotografo che manda il proprio lavoro nel vuoto sperando in una risposta e uno che presenta il proprio progetto con consapevolezza non sta nelle foto. Sta nella chiarezza con cui ha risposto a quelle tre domande. Sta nell’aver scelto il contesto giusto per quel lavoro. Sta nel modo in cui ogni elemento della candidatura, le immagini, le parole, i file, racconta una storia coerente e professionale.
Essere selezionati non è mai garantito. Ma essere pronti, quello dipende solo da te, ciao Sara Munari
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Buongiorno a tutti ecco tutti i premi fotografici in scadenza, mostrate i vostri lavori, partecipate! Ciao Annalisa
Copenhagen Photo Festival 2027
Tema 2027: ‘Frie hænder | Mani libere’
Cosa significa avere le mani libere in un’epoca in cui il divario tra ricchi e poveri, tra chi detiene il potere e la gente comune, continua ad ampliarsi? In alcuni luoghi, la libertà è data per scontata. Altrove, è una lotta quotidiana.
Le mani libere non sono solo un dono. Comportano anche dubbi, responsabilità e rischi. Quando nulla viene più deciso per noi, dobbiamo scegliere la nostra strada. Le mani libere possono creare nuove possibilità, ma possono anche metterci di fronte all’abisso della libertà.
Le nuove tecnologie possono liberarci dalle attività di routine e aprire nuove possibilità creative. Ma cosa succede al nostro giudizio, alle nostre mani e al nostro modo di vedere quando affidiamo sempre più il nostro lavoro alle macchine? Man mano che la tecnologia entra nella nostra sfera più intima, l’impronta umana diventa sempre più significativa. Cerchiamo autenticità, presenza e l’essere umano dietro l’immagine.
Con il tema “Mani Libere”, invitiamo artisti e pubblico a liberarsi dai vecchi schemi – sia letteralmente che metaforicamente – e a esplorare cosa le mani libere fanno a noi esseri umani: quando diamo per scontata la libertà d’azione e quando siamo costretti a lottare per essa.
Il Nexus International Photography Awards (NIPA) invita i fotografi di tutto il mondo a partecipare all’edizione 2026.
Creato per riconoscere i talenti fotografici più eccezionali e celebrare il potere della narrazione visiva, il NIPA offre una piattaforma internazionale per i fotografi il cui lavoro riflette creatività, visione artistica ed eccellenza tecnica. Aperto sia a fotografi professionisti che amatoriali, il concorso accoglie candidature da ogni angolo del mondo.
I premi Paris Photo–Aperture PhotoBook Awards riconoscono il contributo fondamentale del fotolibro al mondo della fotografia.
I premi celebrano l’eccellenza in tre categorie: Primo Fotolibro, Fotolibro dell’Anno e Catalogo Fotografico dell’Anno.
Il processo di selezione si articola in due fasi: una prima valutazione a New York, seguita dalla valutazione finale della giuria a Paris Photo, che si terrà dal 12 al 15 novembre 2026.
L’Aesthetica Art Prize celebra l’arte contemporanea in una vasta gamma di media. Esponiamo e promuoviamo alcuni dei talenti più significativi al mondo e contribuiamo a un dialogo globale sulle pratiche creative odierne.
Mentre progrediamo – e questo è un termine che invita al dibattito – dobbiamo considerare ciò che guadagniamo e ciò che perdiamo. In questo mondo di realtà aumentata e virtuale, connessioni costanti, accesso istantaneo, metaverso, telefoni, selfie e satelliti, tutto è rumoroso e invadente. Dobbiamo valutare l’equilibrio delle cose e comprendere che è necessario un punto di equilibrio. Non dobbiamo avere paura di porre domande difficili.
Quiet Landscape: Beauty, Stillness, and Connection
Quiet Landscape invita i fotografi a esplorare la bellezza, la quiete e la connessione che si trovano nel paesaggio. Da ampi panorami a intimi dettagli naturali, da zone selvagge e remote a spazi coltivati, accogliamo un’ampia interpretazione del tema attraverso la fotografia tradizionale, documentaristica, concettuale e artistica.
Cerchiamo fotografie che rivelino un senso del luogo, dell’atmosfera, della luce e della presenza: immagini che incoraggino la riflessione e invitino gli spettatori a rallentare e a osservare più attentamente il mondo che li circonda.
PhotoVogue Brave New Visions: Creativity as Rebellion
La PhotoVogue Global Open Call di quest’anno abbraccia la creatività come forma di ribellione, invitando fotografi e videomaker a utilizzare la creazione di immagini per sfidare l’indifferenza, rompere gli schemi ed espandere la narrazione visiva.
Cosa
Accogliamo progetti fotografici, video e multimediali di tutti i generi, inclusi moda, documentario, ritrattistica, belle arti e pratiche sperimentali.
Perché
In un’epoca in cui le immagini vengono costantemente prodotte e rapidamente dimenticate, questa open call invita gli artisti a creare opere che resistano alla ripetizione, catturino l’attenzione e lascino un segno.
La questione non è più semplicemente come produrre immagini, ma come creare immagini che contino. E forse, ancor più urgentemente: come reagire.
La risposta non è ciò che ci si aspetta. Non è ciò che ci fa sentire al sicuro. È ciò che si ha il coraggio di rendere visibile ora, in relazione al mondo in cui viviamo.
La prima edizione del 7° Photography Awards invita fotografi di tutto il mondo a presentare le proprie opere e a partecipare al primo capitolo di questo concorso fotografico internazionale.
Il concorso è aperto alle candidature nelle categorie Immagine Singola e Serie Fotografica. Le opere saranno valutate da una giuria internazionale composta da fotografi, artisti, editori e professionisti delle arti visive provenienti da diversi paesi. La variegata esperienza della giuria offre ai partecipanti l’opportunità di presentare il proprio lavoro a un pubblico globale.
Invitiamo i fotografi a presentare le proprie opere per UNFOLD, la nostra nuova mostra personale a Cambridge, nel Regno Unito.
Non c’è un tema specifico, ma abbiamo voluto lasciare spazio all’interpretazione. Siamo interessati a come la fotografia contemporanea si sviluppa attraverso le vostre storie personali, osservazioni, esperienze e modi di vedere il mondo.
Il nostro segno distintivo è una visione contemporanea della fotografia che rimane saldamente radicata nel suo patrimonio artistico. A ND AWARDS, i partecipanti sono al centro di tutto ciò che facciamo; questa competizione esiste grazie ai suoi contributori e li apprezziamo tanto quanto loro apprezzano la piattaforma che forniamo. Con questo spirito di crescita reciproca, continuiamo a promuovere la creatività, a sostenere artisti emergenti e affermati e a mettere in risalto il lavoro di coloro che danno forma al futuro del mezzo.
Bando di concorso PhotoVogue per artisti e creatori di immagini provenienti dal Medio Oriente e dal Nord Africa e dalle loro diaspore
In un momento di profonda trasformazione nella regione, lo scopo è creare uno spazio in cui gli artisti possano rappresentare se stessi e le proprie comunità secondo i propri termini, promuovendo visibilità, sfumature e connessione attraverso la creazione di immagini.
L’ART TALENT FAIR, premio d’arte contemporanea dedicato agli artisti visivi, ti offre la possibilità di esporre le tue opere partecipando al programma espositivo della “Moho Art Gallery”.
8 artisti che saranno selezionati ed esporranno le loro opere presso lo stand della galleria.
Il Creative Communication Award (C2A) 2026 è un premio internazionale che riconosce l’eccellenza nel design della comunicazione, con un focus specifico sulla fotografia.
Le categorie di fotografia celebrano la narrazione visiva di grande impatto in diverse discipline, come pubblicità, moda, natura, libri, stampa, editoria, paesaggio, sport e altro ancora. Il premio onora i fotografi di tutto il mondo il cui lavoro dimostra creatività, un linguaggio visivo forte e chiarezza del messaggio.
Il premio invita i fotografi a presentare immagini singole e serie fotografiche di rilievo, nell’ambito di un ampio programma di concorsi per il 2026, che copre quasi tutti i principali campi della fotografia contemporanea. Le categorie includono Pubblicità, Architettura, Bianco e Nero, Narrazione e Cultura, Belle Arti, Minimalismo, Natura, Persone e Speciali, con numerose sottocategorie create per diversi soggetti, approcci e linguaggi visivi.
L’estate è ancora qui, ma novembre non è poi così lontano.
Il 21 novembre 2026 è la scadenza del Premio Internazionale Musa per Fotografe.
E se stai pensando “ho ancora tempo”, probabilmente hai ragione. Ma i progetti fotografici migliori non si costruiscono in fretta.
🏆 Perché il Premio Musa è diverso
Il Premio Musa nasce da una convinzione semplice: le fotografe meritano uno spazio dedicato, riconoscibile, serio.
Non per separare, ma per amplificare.
Quest’anno il premio compie un passo in più: diventa internazionale.
Più sguardi, più voci, più storie da tutto il mondo che si incontrano sotto un unico tetto.
Se hai un progetto fotografico in corso, oppure se hai in testa qualcosa che aspetta solo di prendere forma, l’estate è il momento perfetto per dargli una direzione.
Se vuoi conoscere meglio Musa Fotografia, i nostri corsi e il modo in cui lavoriamo sulla fotografia e sulla costruzione di un percorso autoriale, segnati queste date:
14 settembre 2026, ore 20:30 Open Day Online
19 settembre 2026, ore 18:30 Open Day in sede a Malgrate (LC), con Mostra Fotografica
Online trovi tutte le proposte per il prossimo anno scolastico, con tante novità e percorsi pensati per chi vuole approfondire la fotografia, sviluppare il proprio linguaggio e costruire progetti più consapevoli.
1920. Le ciminiere fumano, le fabbriche divorano ore e corpi, e il progresso avanza senza voltarsi indietro.
È in questo contesto che Lewis Hine — fotografo, sociologo, testimone scomodo — punta il suo obiettivo su un meccanico al lavoro in una centrale elettrica. Ma stavolta non lo fa per denunciare. Lo fa per celebrare.
Chi conosce Hine lo associa immediatamente alle sue fotografie più scomode: i bambini nelle miniere di carbone, le piccole mani sulle macchine tessili, i volti stanchi di chi non avrebbe dovuto essere lì. Immagini che contribuirono concretamente alle riforme sul lavoro minorile negli Stati Uniti di inizio Novecento.
Power house mechanic working on steam pump, la fotografia che vedete, arriva dopo, e arriva diversa.
Qui non c’è denuncia. C’è riconoscimento.
L’uomo nella fotografia non è una vittima del sistema industriale, è il suo fulcro. Il suo corpo si curva in un arco che rispecchia la geometria della macchina, le braccia tese in un gesto che somiglia più a un abbraccio che a uno sforzo. Hine costruisce l’inquadratura con una cura quasi pittorica: l’operaio non è schiacciato dall’ingranaggio, ne è il contrappunto umano. Il cuore pulsante.
L’industrializzazione aveva bisogno di una storia da raccontare a sé stessa: quella del progresso inevitabile, della macchina superiore, dell’uomo intercambiabile. Un ingranaggio tra ingranaggi, sacrificabile e sostituibile.
Hine spezza questa narrativa con un solo scatto.
Scegliendo di fotografare il lavoratore conferendogli una statura quasi monumentale, il fotografo compie un atto politico preciso: restituisce dignità a chi il sistema aveva reso invisibile nella sua ordinarietà. Non l’eroe eccezionale, non il capitano d’industria ma il meccanico. Quello che ogni giorno teneva accese le luci di una nazione.
È una scelta che oggi chiameremmo storytelling consapevole. Allora era semplicemente coraggio visivo.
Quella fotografia non rimase appesa in silenzio alle pareti di qualche archivio. Circolò, fu pubblicata, fu guardata. E contribuì, insieme ad altre immagini, a spostare la percezione collettiva della classe operaia americana: da massa anonima a comunità di individui con volti, muscoli, storie.
L’impatto sulle riforme del lavoro fu reale. Ma forse ancora più duratura è la sua influenza sul linguaggio visivo: Power house mechanic è considerata oggi uno dei canoni fondativi della fotografia industriale moderna. Un’estetica che unisce rigore documentario e tensione estetica, che non separa il bello dal vero.
Viviamo in un’epoca in cui il lavoro viene di nuovo raccontato in modo distorto, o non raccontato affatto. I magazzinieri che imballano i nostri pacchi notturni, i rider sotto la pioggia, i badanti invisibili nelle case altrui: figure che il sistema tende a rendere funzionali e anonimi, esattamente come faceva l’industria pesante del Novecento.
La fotografia non è mai neutrale. Ogni scatto è una scelta su chi merita di essere visto… e come.
Ciao Sara Munari
📷 Nota sull’immagine
La fotografia riprodotta in questo articolo è utilizzata esclusivamente a scopo didattico e culturale, nell’ambito di un approfondimento storico-artistico. Nessuna violazione è intenzionale. Tutti i diritti appartengono ai rispettivi aventi causa.
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Ciao! Inviare portfolio a caso a dieci giurie diverse sperando che qualcuno ti noti non è una strategia, è scommettere al casinò. Se però hai un progetto finito, editato con criterio e sai esattamente a chi ti stai proponendo, questi sono dieci appuntamenti reali su cui ha senso investire tempo e budget, ciao Sara
Budapest International Foto Awards (BIFA)
Scadenza: 5 Agosto 2026
In sintesi: Piattaforma aperta sia a professionisti che a fotoamatori. Utile per capire come si posiziona il tuo lavoro nel panorama europeo centrale.
In sintesi: Promosso da Open Doors Gallery a Londra per chi è nei primi dieci anni di percorso. Si premia l’autorialità visiva vera, non l’esercizio di stile sterile.
In sintesi: Premio di rilievo globale focalizzato su fotografia e sostenibilità. Richiede spesso una segnalazione da parte di nomination nominator accreditati.
In sintesi: Uno dei premi internazionali con la partecipazione più numerosa al mondo. Adatto per testare la tenuta di singole immagini o serie commerciali e artistiche.
In sintesi: Concorso nazionale italiano incentrato sull’arte visiva e le arti plastiche/fotografiche contemporanee, legato a residenze e mostre finali in Italia.